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martedì 28 settembre 2010

LE GRANDI INTERVISTE ALL' ISTITUTO EUROPEO

Aureliano Amadei (al centro) mentre riceve un premio con Carolina Crescentini (a sinistra) e Vinicio Marchioni (a destra)




Pubblichiamo per gentile concessione de www.ilpolitico.it un'intervista frizzante a Aureliano Amadei il regista di "20 sigarette" , l'unico film italiano a vincere qualcosa (sei premi!) a Venezia. Un film decisamente sottovalutato da una giuria poco attenta alla qualità. Ma leggete l'intervista frizzante di Aureliano. Che parla di cinema e non solo...




di FABRIZIO ULIVIERI

Innanzitutto come sta di salute? Nel film pare portare ancora evidenti segni dell’attentato…
«Il mio fisico è decisamente strapazzato, per un 35enne. In particolare ho una caviglia in necrosi e dovrò subire nuovi interventi. Comunque non mi posso lamentare».

Aureliano come giudica il suo film “20 sigarette”

«E’ difficile giudicare se stessi. Poi in questo film mi giudicherei doppiamente, essendo autore e soggetto allo stesso tempo… Posso dire che è stata e continua ad essere un’esperienza straordinaria. Sono soddisfatto del risultato e, perché no, del mio lavoro. Il film è già nelle sale e il pubblico mi riferisce di aver vissuto, in parte, quell’esperienza con me; questo è qualcosa di cui essere molto soddisfatti…»

Da 1 a 10 quanto si darebbe?

«Sono convinto che il film sia buono, essendo un opera prima mi permetto di alzarmi un po’ il voto (ride, ndr

A Venezia ha davvero vinto il miglior film? O magari ha vinto la logica del prodotto più vendibile? O delle amicizie, o qualche altra logica che non ci è dato sapere?…A me “Somewhere” mi è parso veramente un prodotto confezionato sullo stile di “Lost in translation” ma senza il cuore e la magia di quel film. Un prodotto appunto…Molto meglio “20 sigarette” a mio avviso, che ha scene davvero toccanti (come la mano sanguinosa che cerca la salvezza) e uno strepitoso Vinicio Marchioni decisamente superiore a Stephen Dorff, legnoso e mono-tono nella recitazione

«Purtroppo il fatto di essere uscito in sala a mostra ancora in corso, non mi ha permesso di vedere altri film(s). Ho sentito dire che “Somewhere” sia il peggior film della Coppola, sono comunque curioso perché il peggior film di un grande regista è spesso meglio del miglior film di un regista mediocre. Ho seguito le polemiche, anche se credo che ci sarebbero state in ogni caso, ormai ci siamo abituati. E’ un peccato che la querelle tra registi di nome abbia oscurato i 6 premi vinti da “20 sigarette”, unico film italiano ad aver portato qualcosa a casa. Tutto ciò premesso, non vince mai il film migliore. Spesso i film migliori sono proprio esclusi dalla competizione (ad esempio “L’uomo che verrà” nella scorsa edizione). E’ evidente, da anni, che non si seguano solo criteri qualitativi…»

Per me il suo film “20 sigarette” è a due marce. La parte iniziale è forse quella meno riuscita. Quelle immagini velocizzate, quegli incastri tipo puzzle, la voce narrante, mi pare che rendano quella parte un po’ irritante e spaesante e non elevano il film sopra la media. Ma per le scene e per i luoghi di guerra in Iraq Le faccio invece i miei complimenti. Lì, lei davvero è bravissimo. Quella è la parte più riuscita e più impressionante. Per me in quelle scene lei fa le scarpe anche a film come “Green Zone” di Paul Greengrass.
Com’è stato girare quelle scene?

«Proprio ieri un suo collega mi faceva l’osservazione opposta; prima parte più forte, seconda parte più debole. Questa divergenza di opinioni mi conforta (sono tendenzialmente più d’accordo con lei), ma la prima parte è stata girata così per un motivo: vuole essere assolutamente nella media, non vuole elevarsi. Accompagna il percorso del protagonista che si trova dalla leggerezza della vita di tutti i giorni (potrebbe essere uno qualunque di noi), allo spaesamento totale. A tal proposito sono felice che Lei abbia usato l’aggettivo “spaesante”, è un effetto desiderato. Le sequenze “di guerra”, fortunatamente, mettono d’accordo tutti. Non voglio fingere di averle tirate fuori solo dalla mia memoria o dalla mia emotività. C’è una grande ricerca tecnica, portata avanti con il direttore della fotografia Vittorio Omodei Zorini. Oltre a raccontare l’attentato nel modo più diretto e onesto possibile, si è scelto di inchiodare lo spettatore alla poltrona e di fargli vivere quei minuti insieme a me. Chiaramente, per me è stata anche un’esperienza toccante; più volte mi sono dovuto fermare in preda a svarioni, giramenti di testa. C’è voluta molta acqua e zucchero»

Chi sono i suoi maestri nel cinema? Insomma quali sono i registi da cui si ritiene più influenzato?

«Sono nato in una famiglia di cinema e i miei primi maestri sono stati mio nonno, mio padre e i loro collaboratori (Pupi Avati mi ha concesso un lungo apprendistato con la DUEA film). In questo caso, però, non mi è possibile riconoscere un’influenza perché il film è così personale che non mi è sembrato nemmeno di fare cinema! Per quel che riguarda i miei gusti cinematografici, adoro Jeunet et Caro, ma sarà difficile ritrovarli nel film…»

Che ne pensa del Neorealismo? Secondo me è, purtroppo, il male oggi dei giovani registi italiani, che tranne poche eccezioni non sanno uscire da questa ragnatela culturale che è poi anche il ristagno perenne della cultura italiana.

«Una tradizione gloriosa, in qualunque campo, ha comunque i due lati della medaglia. Sapesse quante volte mi sono sentito dire: “Una buona opera prima! Certo, non è I pugni in tasca di Bellocchio…”. Insomma, ci mancherebbe! Sarebbe anche sbagliato, se lo fosse. Certo, c’è chi ancora tenta di scimmiottare gli anni andati (e non solo il Neorealismo) ma c’è di che essere ottimisti. Negli ultimi anni il cinema italiano sembra in ripresa. Ci sono molti registi che, finalmente, stanno trovando lo spazio per esplorare linguaggi originali dal respiro internazionale. Speriamo che i mercati mondiali se ne accorgano e smettano di aspettarsi da noi sempre la stessa minestra riscaldata. Questa secondo me è la sfida più grande, rivalutare nel mondo la cultura italiana di qualità, ora siamo ai minimi storici»

Secondo lei quanto ha da imparare il cinema italiano da quello americano?

«Il cinema non ha bisogno di confini. Sono un internazionalista, vorrei che non esistessero un cinema italiano o uno americano…»

Lei è stato più volte oggetto di distorsione nelle sue dichiarazioni post Nassirya. Che immagine si è fatto dei media?

«Anche l’indipendenza dei media, oggi, è ai minimi storici, fa parte del degrado della nostra cultura. Al di là delle influenze, però, c’è un problema di semplificazione: la storia, nella sua complessità, non fa notizia e quindi se io dico: “Attenzione a considerare tutti i caduti di Nassirya come degli eroi senza macchia e senza paura, o come dei mercenari…”, uscirà da una parte: “Amadei non intende onorare la memoria dei caduti di Nassirya”, dall’altra: “Io, ex no global, convertito a Nassirya - ero contro la guerra e ora non lo sono più…”. Poi si dice che abbiamo un paese spaccato in due…»

Elio Germano dedicò il premio di Venezia come migliore attore «all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere il paese migliore nonostante la loro classe dirigente». Che ne pensa di quella frase?

«Ho adorato le dichiarazioni di Elio a Cannes, adoro Elio Germano. Era giusto rispondere in qualche modo alla polemica innescata dal ministro Bondi. Detto ciò, io non ho così tanta fiducia nell’Italia e negli italiani, credo che il problema della classe dirigente non sia poi così recente. In fondo l’Italia, sotto questo profilo, è rimasta immutata nei secoli. Il problema è proprio quello, non si è mai fatto pulizia, si è sempre riciclato: Unità d’Italia, Grande guerra, Fascismo, Repubblica, 68… i poteri forti non sono mai stati toccati, secondo me. Comunque ieri ho dedicato il premio Pasinetti al “civile ignoto”, a quel bambino il cui corpo mi ha accompagnato in ospedale e di cui non saprò mai il nome. Il milite ignoto, fortunatamente, non esiste praticamente più, il civile ignoto è sempre più frequente»

Come vede questo Paese, dove ormai si parla solo di scandali, manovre politiche, compravendita di parlamentari, cognati che per cifre ridicole ricevono appartamenti a Montecarlo, politici da rottamare…e nessuno mai che parli dei veri problemi reali della gente e del Paese?

«Ho parzialmente risposto prima: mi sembra un anziano rettile che cerca di non accoppiarsi per evitare qualunque rinnovamento nella specie. Condannandosi così ad estinzione certa. Credo comunque che il problema maggiore sia culturale. Non ci indigniamo più, abbiamo accettato la logica del “facciamo un po’ come cazzo ci pare”. Nessuno ha più il coraggio di dire che se si vuole arrivare da qualche parte, bisogna anche fare dei sacrifici, lavorare, studiare, informarsi… nei decenni sono riusciti a convincerci che possiamo tutti svoltare vincendo al superenalotto, o seducendo un potente, o apparendo in tv. Dicono che le utopie sono morte, ma questa come la chiamiamo?»

Se dovesse dare un consiglio alla classe politica, che consiglio darebbe?

«Non sono esperto in materia. Credo che prima o poi qualcuno scoperchierà il vaso di Pandora. Credo che il politico nuovo debba innanzitutto abbattere quello vecchio rivelando tutte le magagne più scomode in maniera quasi suicida: In Iraq ci stavamo per l’ENI? Le missioni all’estero sono un modo per far pagare ai contribuenti i costi di sicurezza di alcune aziende? I voti parlamentari si comprano? E quanto si pagano? Le leggi le fanno i gruppi economici? I nomi? Il consenso popolare si compra in pacchetti? Ad ogni spostamento politico nel paese corrisponde uno spostamento di pacchetti? I nostri politici (compreso Berlusconi) sono solo le facce di poteri molto più forti? Eccetera…»

Il film si chiude con un ex compagno del centro sociale che l’accusa di essere cambiato perché non può mettere sullo stesso piano la morte dei i soldati italiani con la morte dei bambini iracheni. E’ davvero cambiato Aureliano, dopo quell’esperienza? E’ cambiato anche politicamente?

«Quasi tutto è cambiato. Forse quello politico è l’aspetto meno cambiato. Sono ancora anarchico, pacifista e contrario ad ogni operazione militare italiana all’estero. Ma, riassumendo, credo che quando si parla di vita o di morte, le categorie non contino più nulla. Prima di piangere, gioire o rimanere indifferenti per la morte di qualcuno, vogliamo almeno conoscerlo personalmente, conoscerne il pensiero o le ragioni? Altrimenti diventiamo disumani e l’anarchismo è tutt’altro. Se poi, come è venuto fuori da indiscrezioni non confermate, tra quei carabinieri ce ne era uno con l’aquila delle SS appesa in camera, non sarò certo io ad assolverlo»

IL GRANDE CINEMA ALL' ISTITUTO EUROPEO

Nella foto una bella Sofia Coppola vincitrice del Leone d' Oro a Venezia



Seconda grande recensione per IL GRANDE CINEMA ALL' ISTITUTO EUROPEO (negativa) per "Somewhere" il film di Sofia Coppola che ha vinto il Leone d'Oro al festival di Venezia quest'anno. Una riedizione di "Lost in translation", in film freddo e senza cuore ci dice il nostro Milan Principe.



 

Somewhere

REGIA: Sofia Coppola
ATTORI: Stephen Dorff, Elle Fanning, Chris Pontius, Karissa Shannon, Kristina Shannon.
Jo Champa, Alexander Nevsky, Laura Chiatti, Simona Ventura, Philip Pavel, Julia Melim, Brian Gattas, Nino Frassica, Taylor Locke, Alexandra Williams, Rich Delia, Valeria Marini, Alden Ehrenreich, Susanna Musotto, Paul Greene, Paul Vasquez,Robert Schwartzman, Caitlin Keats, Benicio Del Toro, Michelle Monaghan
Durata: 98 min.
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Il film è diviso in due parti.
The life of a real jerk (La vita di un autentico strz.): Johnny Marco (Stephen Dorff) è uno che vive come un animale all’hotel Chateau Marmont, residenza di molte star hollywoodiane. Non mangia ma beve, non parla ma fa sesso esattamente con la stessa indifferenza con cui evacua al cesso. Per sopravvivere alla sua stessa esistenza fa venire lap dancer nella sua camera e sdraiato sul letto osserva le ballerine che volteggiano sulla sbarra come un bambino guarda i cartoni animati.
Passa da un party ad un altro come se fosse invisibile.
Cade dalle scale e si frattura un polso. Forse nemmeno se ne accorge.
Tra un giro e l’altro in Ferrari (nera) e la quotidiana caccia istintiva a tutto ciò che ha gambe tette e culo il film ci presenta la prima parte, che culmina nella conferenza stampa del suo film in uscita, dove un giornalista, altrettanto jerk, gli pone la domanda “Who is Johnny Marco?” e Johnny Marco che è più jerk del giornalista non sa che rispondere. L’apologo del jerk autentico continua poi in sala trucco dove il jerk Johnny Marco viene lasciato sotto una sostanza blobbica bianca che gli copre l’intero volto e solo in virtù due minuscoli forellini praticati all’altezza del naso l’ameba Johnny può continuare a respirare.
La seconda parte è invece That’s the father! (Ecco il padre!). Questa parte comincia quando la figlia Cleo (Elle Fanning) è forzata a rimanere per un periodo più lungo con il padre perché la madre ha bisogno di allontanarsi per un po’; probabilmente perché come tante donne ha bisogno di ritrovare se stessa.
In realtà più che il padre, Johnny, pare il fratello maggiore: non brilla certo per maturità ma semmai per un’immaturità di gran lunga superiore alla figlia e l’unica decisione sensata che prenderà sarà quella di fuggire dall’Italia dopo il pietoso spettacolo inscenato da una televisione commerciale che ospita l’assegnazione dei telegatti.
Che mi è piaciuto di questo film? Un vago sentore di Antonioni nel modo di fare le inquadrature. Il seguire quasi ossessivo con la camera la Ferrari nera dovunque vada. Le riprese dall’interno della Ferrari che gira per la città. Una tecnica che mi ricorda molto le scene, in giro per Bagdad, di Green Zone. Una tecnica capace di creare una certa tensione e di dare l’idea della città come una zona di combattimento. Mi è piaciuto anche l’inizio del film che mi pare molto più alla Dario Argento di quello di Saverio Costanzo (La solitudine dei numeri primi).
Infine la scena più bella e magica, che è quella in cui Johnny prende il sole insieme a Cleo ai bordi di una piscina. Questa scena è davvero di alto livello.
Questo film è purtroppo una ripetizione di Lost in Translation, con gli stessi stilemi e la stessa idea di fondo, ma manca della magia di Lost in Translation. Manca soprattutto di un Bill Murray che con la sua mimica facciale sapeva tenerti in sospeso, in attesa di qualcosa che mai si rivelava completamente ma che sembrava sempre sul punto di accadere. E’ un film confezionato, freddo e senza cuore.
Che poi abbia vinto il Leone d’Oro conferma che si premia in nessun modo la qualità ma la vendibilità. O si vince in virtù di amicizie o altre ragioni che ignoriamo.

Milan Principe

IL GRANDE CINEMA ALL' ISTITUTO EUROPEO

Vinicio Marchioni (Aureliano) in una scena del film

Inizio di settimana. Inizio di consigli per IL GRANDE CINEMA. Ecco la prima recensione del nostro grande critico Milan Principe. Buona lettura e buon GRANDE CINEMA ALL' ISTITUTO EUROPEO! Oggi tocca "20 SIGARETTE"

20 sigarette

REGIA: Aureliano Amadei
SCENEGGIATURA: Aureliano Amadei, Gianni Romoli, Francesco Trento, Volfango De Biasi
ATTORI: Carolina Crescentini, Vinicio Marchioni, Giorgio Colangeli, Massimo Popolizio, Gisella Burinato, Antonio Gerardi, Duccio Camerini, Luciano Virgilio,Alberto Basaluzzo, Orsetta De Rossi, Edoardo Pesce
Durata: 94 min
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Cominciamo subito dicendo che questo film senza le scene di guerra a Nassirya e senza Vinicio Marchioni soprattutto, che interpreta Aureliano il protagonista, sarebbe un film sulla media. Per fortuna le scene a Nassirya e le grandi capacità di Marchioni elevano il film ad un buon livello qualitativo. Questo Marchioni è un attore straordinario. E’ bravissimo (nella scena dell’ospedale quando i genitori di Ficuciello - Alberto Basaluzzo - vengono a trovarlo è così bravo che mi ha fatto piangere, lo ammetto…). Marchioni ha un cambio di marcia continuo nella recitazione. Per molti aspetti (in particolare per la grande capacità di mimica facciale) mi ricorda Bill Murray.
Se Amadei saprà resistere ad un tipo di cinema mosso ed a puzzle come all’inizio (abbastanza spaesante) e si concentrerà su un tipo di narrazione lineare come le scene in Iraq, sarà davvero in grado di fare un bel cinema.
Quando mostra le scene di guerra in Iraq compete in verità con i migliori film americani sul medesimo soggetto (”Green Zone” di Paul Greengrass, per esempio). Nelle scene in Iraq c’è il momento in cui si ride, in cui il film è anche divertente, ma c’è anche il momento della tensione, della paura, dell’ambiente ostile, della tragedia, del sangue, dell’orrore, del coraggio e della disperazione, dell’istinto di sopravvivenza e dell’incoscienza di fumare una sigaretta con un piede maciullato e il corpo lordato di sangue, disteso su un camion, con un bambino morto sul proprio torace, in viaggio verso un ospedale lontano.
Bella la fotografia nei momenti in cui il film cerca di esprimere la tensione del viaggio verso la tragedia. Belle le musiche.
Insomma se il sangue non vi disturba e la tragedia neanche andate a vedere questo film a due marce. Lo merita.

Milan Principe


venerdì 24 settembre 2010

GRANDE CINEMA ALL' ISTITUTO EUROPEO



Amanda Seyfried  nel ruolo di Sophie
Tocca ora a "Letters to Juliet".
Il nostro grande critico Milan Principe promuove il film.
Buon cinema






Letters to Juliet 


di  Gary Winick


SCENEGGIATURA: Jose Rivera, Tim Sullivan


ATTORI: Amanda Seyfried, Gael García Bernal, Vanessa Redgrave, Christopher Egan,Franco Nero, Luisa Ranieri, Daniel Baldock, Ivana Lotito, Marina Massironi, Lidia Biondi, Giordano Formenti, Paolo Arvedi, Dario Conti, Milena Vukotic, Luisa De Santis

 

Molta Italia in questo inizio di stagione nei film americani. L’ Abruzzo in “The American”, Verona e la Toscana in “Letters to Juliet”!
Ma veniamo al film.
Sophie (Amanda Seyfried) una giovane giornalista americana con ambizioni da scrittrice parte in viaggio per Verona insieme al fidanzato, Victor (Gael García Bernal), uno chef chiacchierone e solo interessato al suo lavoro. Sophie sempre sola a causa dei continui viaggi di Victor in cerca di fornitori di qualità per il suo ristorante a New York, finirà per entrare a fare parte di un gruppo di volontarie (Le Segretarie di Giulietta) che rispondono alle lettere indirizzate a Giulietta Capuleti e scritte dai cuori travagliati di tutto il mondo che vengono lasciate appese al muro sotto il balcone di Giulietta.
Sophie rispondendo ad una lettera datata 1957, scritta da Claire (Vanessa Redgrave) in cerca di un suo antico amore, incontrato proprio in Italia molti anni prima, convincerà così la donna (Claire) che l'aveva scritta 50 anni prima a partire alla volta della Toscana allo scopo di ritrovare il suo amore perduto da tempo: Lorenzo Bartolini (Franco Nero).
E’ un film nello stile della migliore commedia americana. Brillante commedia fin dall’inizio (che conferma la capacità degli americani in questo genere), ha un buon ritmo, è godibile, leggera, positiva e vivace.
Non si va forse al cinema anche per divertirsi?
E questo è un film allegro, che diverte con un’allegria semplice e fruibile.
Decisamente la storia scorre bene. E la bella Italia, la bella Toscana soprattutto, aiuta a far sognare e a dare forza alla storia.
Belle musiche italiane, orecchiabili,  accompagnano i momenti più ruffiani del film.
Un film americano come al solito con tanti luoghi comuni sull’ Italia e gli italiani, ma trattati in modo delicato, sfuggente ed ironico. E a parte alcune stranezze come vedere una macchina che percorre una strada della Toscana sulla corsia di sinistra mentre il senso di marcia le imporrebbe di stare sulla destra, o immagini di Siena che in realtà son state girate a San Gimignano, il film ci propone un sogno. Il sogno di un viaggio in una Toscana da favola, in cui chiunque almeno una volta nella propria vita vorrebbe vivere, ed il sogno del vero amore, true love, quello eterno che non muore e dura per sempre.
Ci presenta una Vanessa Redgrave che nonostante gli anni appare ancora una donna affascinante e un Franco Nero bello ed in salute che fa piacere rivedere sugli schermi; in più ci offre una serie di ingredienti che fanno sì che il film piaccia, perché il regista sa toccare i tasti più semplici della commozione, facendo leva sul romanticismo e il mondo positivo della bellezza e della felicità.
Dunque un film consigliato ai romantici e a chi ama sognare l’amore, quello vero.

Milan Principe


GRANDE CINEMA ALL' ISTITUTO EUROPEO



Nella Foto George Clooney in un momento drammatico del film

 Da oggi l' ISTITUTO EUROPEO inizia una rubrica di cinema, con recensioni sui film più attuali. La firma è del nostro grande critico Milan Principe. Buona lettura e buon divertimento.
Oggi The American di Anton Corbijn.






THE AMERICAN


REGIA: Anton Corbijn

SCENEGGIATURA: Rowan Joffe

ATTORI: George Clooney, Bruce Altman, Violante Placido, Thekla Reuten, Paolo Bonacelli, Filippo Timi, Irina Björklund, Samuli Vauramo, Björn Granath

GENERE: Drammatico, Thriller

DURATA: 103 Min





L’inizio è un po’ da cartolina illustrata. La Svezia. La neve. La casetta di legno con le finestre illuminate nella foresta. Una coppia che esce e si avvia a passeggio affondando le gambe nella neve soffice: Jack (George Clooney) con una barba molto intonata al bianco del paesaggio e la bella Ingrid (Irina Björklund ), il cui ruolo nel film è destinato quasi ad una comparsata.

D’improvviso uno sparo ed il film entra in azione. Jack fa un macello.

Si salta a Roma. Jack non ha più la barba. Dalla neve al sole.

Lo inseguono, vogliono farlo fuori. E’ a Roma per essere aiutato. Cerca un contatto. Il contatto, Pavel (Johan Leysen ), arriva, gli dà una macchina e gli dice di recarsi in Abruzzo e di stare lì per un po’.

Fin dall’inizio il film si muove molto per stereotipi. Non per personaggi. Clooney appare piuttosto legnoso, tozzo. Pare recitare più che un personaggio uno schema.

A parte l’inizio, il film è tutto girato nell’aspro Abruzzo, ma poco cambia. Poteva anche essere girato nel Bronx. C’è poca sensibilità per una cultura altra. Poca voglia di rappresentarla se non come un riflesso dell’azione del film.

Ma proviamo a prendere sul serio il film. Che uomo può essere un uomo come Jack? Non ha passato, non ha presente, non ha futuro. Ma esiste un uomo così? Che pensa? Ha un’anima?

In quel di Abruzzo Jack non ha contatti eccetto che Pavel (per telefono), padre Benedetto ( Paolo Bonacelli), che appare un prete dal passato equivoco e molto intrusivo, e una misteriosa Mathilde (Thekla Reuten) che richiede a Jack, esperto artigiano, un’arma speciale per uccidere (“chi” lo sapremo solo alla fine). Però in molti lo cercano per ucciderlo.

Questo è la sua esistenza: Jack non pensa, agisce.

L’anima di jack la scopriremo solo quando incontra Clara (Violante Placido), una prostituta di cui alla fine si innamora.

Jack, si capisce ben presto, è un uomo senza futuro. Le basi su cui costruire un futuro sono vacillanti come quelle del film di riuscire a costruire un thriller che ti entusiasmi. “Il Giornale” qualche settimana fa l’aveva messo come il “film sconsigliato della settimana”. Non a torto, forse.

Anche una scena di sesso che nelle intenzioni del regista forse avrebbe dovuto essere hard, in verità risulta piuttosto moscia e spenta.

L’inseguimento in vespa del killer svedese che era venuto dal lontano paese scandinavo per uccidere Jack è probabilmente la cosa più elettrizzante del film.

Se c’è una cosa che Jack riesce a trasmettere, bucando lo schermo, è il senso di solitudine e l’impossibilità di vivere rapporti normali di una vita normale a causa della sua professione (killer).



Di buona fattura le immagini finali.

Meglio vedere un altro film comunque, questo è il mio consiglio.


Milan Principe



giovedì 23 settembre 2010

Mizuki Kojima aveva un sogno. Ora l'ha realizzato grazie all' istituto Europeo!


Mizuki in un momento di relax nella famosa Piazza del Campo


Mizuki Kojima è uno dei tanti stagisti del programma Internship in Florence organizzato dall’ Istituto Europeo. Un programma che sta riscuotendo un successo incredibile. Ormai a questo programma prendono parte ragazzi e ragazze che provengono da ogni parte del mondo e le adesioni aumentano anno dopo anno.
Anche il sogno di Mizuki si è realizzato grazie al programma offerto dall’ Istituto Europeo: insegnare la lingua giapponese in Italia.
Mizuki farà un lungo stage a Neverland (http://www.neverland-judo.it/), un’ associazione culturale situata proprio nel cuore di una delle città più belle della Toscana: Siena!
Neverland è un’associazione culturale nata nel 2007 a Siena e che si propone la diffusione della cultura giapponese sul territorio. Le sue attività variano dalle arti marziali, al cinema, all’arte, alla danza e alla lingua.  Neverland scelse il nome proprio a simbolo di un’associazione che si proponeva di divulgare una cultura tanto remota quanto poco radicata in una città la cui connotazione culturale è sempre stata fortemente marcata in senso tradizionale.
Le tradizioni storiche a Siena sono a tutt’oggi vive più che mai. Basti pensare all’entusiasmo e all’euforia che anima Siena nei giorni del Palio.
Nel momento in cui nacque per questa associazione era come muoversi all’interno di un mondo che non esisteva. Neverland fu dunque il nome più appropriato.
In realtà oggi il mondo di Neverland è divenuto un mondo tangibile ed in costante espansione.
Oltre ai corsi di cultura generale, annuali, organizza infatti due festival della cultura giapponese a maggio ed a novembre e conta oramai un centinaio di iscritti

Mizuki lavorerà dunque per Neverland dal 1 settembre al  19 novembre 2010 insegnando lingua giapponese ad un corso di 10 bambini in età scolastica e a due corsi di adulti (età media tra i 24 ed i 26 anni), tutti entusiasti di prendere parte ai corsi e di imparare la lingua.
Mizuki nella preparazione dei corsi si è dimostrata oltremodo professionale. Dalla scelta del libro di testo alla preparazione e organizzazione delle lezioni. Una meticolosità e puntigliosità veramente invidiabile da parte di insegnanti più esperti e navigati di lei.
Complimenti dunque a Mizuki ed un sentito grazie a Neverland.